Respirare

Society, you’re a crazy breed

I hope you’re not lonely, without me.

Eddie Vedder

Si lascia la statale per la provinciale, quindi la provinciale per la strada consortile, qualche zig-zag tra le molte sfumature di un autunno pastello ripassando i contorni dei rilievi dolci della pedemontana, infine si abbandona l’asfalto e ci si arrampica tra polveri e puzza di frizione sullo sterrato che porta a un grumo di case di sasso. Qui, un pranzo domenicale ce lo si aspetta a base di qualche cosa di rosso buttato sulla griglia, che sa un po’ di fumo di legna e un po’ di sangue, invece S prepara una zuppa di pesce, con l’intingolo e tutto e anche i crostini, molto gustosa. Il pesce è di mare, perché quello che si tira su dal fiume, qui, è inquinato e va bene, al massimo, per i gatti, ci spiega L. “Poveri gatti!” si dispera Emiliana, cacciandosi le dita tra i capelli. “Beh, sempre meglio dei mangimi…” puntualizzo considerando tra me che non ho mai dato al mio cane altro che cibo preconfezionato. “Infatti” sentenzia L, che oltretutto è, per mestiere, l’esperto di animali.

Dopo pranzo, e la strepitosa vittoria della Fiorentina orecchiata alla radio, unico contatto con il mondo esterno, la sera scende improvvisa. Il buio è totale, il centro abitato più vicino a chilometri da qui. Guido verso casa con gli abbaglianti sparati, senza incrociare nessuno e interrogo la scelta di S e L: una vita qui, dove c’è la legna da spaccare per scaldarsi e il telefono non prende, per respirare, per quanto possibile, al ritmo del pianeta, delle stagioni, alla faccia di tutte le contraddizioni. Perché la città, il lavoro, il traffico, l’avere sempre qualcuno attorno, tutta questa umanità chiassosa e disperata, in qualche modo, ti respinge.

A casa piazzo il riscaldamento a mille, nonostante la Parma minacciosa, in piena, mi rammenti le mie responsabilità in fatto di riscaldamento globale. Leggo che nei mari a sud della Thailandia, tra il turchese di acque incredibili, vivono gli ultimi moken, pescatori nomadi che trascorrono otto, nove mesi l’anno sui loro kabang, specie di canoe scavate nei tronchi, respirando al ritmo del pianeta, delle maree, vivendo di pesca e raccolta. Per la tradizione moken, la prua del kabang rappresenta una bocca in cerca di cibo, mentre la poppa simboleggia il tratto estremo del tubo digerente. Lo tsunami del 2004 ha portato alla ribalta delle cronache mondiali questi “zingari del mare”, ma ne ha anche segnato il declino come “civiltà”, distruggendo gran parte del pesce sul quale si fondava la loro economia. Il presente dei moken è fatto in alcuni casi di resistenza, in altri di adattamento alla vita sulla terraferma, in molti di alcolismo e abbandono. Così, perché anche se vivi al ritmo dei suoi sospiri, spesso la natura ti caccia, ti respinge.

“Il rapporto tra uomo e natura è complesso” mi ripeto impastando la pizza per la cena, “analizzarlo in profondità è superiore alle mie forze”. Però un bel tema sull’immaginare una vita a bordo di un mezzo di trasporto, in balia della Fortuna, a quelli di seconda, domani non lo leva nessuno.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

2 responses to “Respirare”

  1. myfullresearch says :

    Quando si dice il rapporto tra didattica e vita ‘reale’…
    Molto godibile, il post.
    Buona settimana !
    mfr

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