Diritti a cena

Sarà l’aria bohémienne che un monolocale in centro ha per forza, sarà l’abbandono trepido della Danae tizianesca alla parete, saranno le penne cotte nel vino rosso o i volumi di Argan che piegano gli scaffali della Billy, i discorsi di stasera profumano di sovversione, quella confortevole e confortante, che piace tanto a Emiliano. Insomma, si parla di famiglia, di diritti, di Italia, di Chiesa. Si rivendica, si immagina, si critica, ci si dà ragione a vicenda, si dispera. Alla fine si scatta in piedi tutti e quattro, bisogna fare qualcosa, subito: Emiliana dà l’esempio e se ne va sul pianerottolo a fumare, i padroni di casa si dividono strategicamente: uno a rigovernare, l’altro a far fuori il tiramisù con la collaborazione del professore. Le riflessioni si incrociano: “Ecco, non avete idea di cosa significhi vivere senza diritti! È devastante che lui ed io non siamo niente, per la legge!” “Già, è proprio un casino, ma l’Italia è così…” Mi viene in mente un mio ex-alunno, di un corso di italiano per stranieri, che ho incontrato un paio di settimane fa: gran lavoratore, colto e brillante, vive nascosto in casa in quanto “clandestino” gran parte della giornata da sette od otto anni. Una talpa, in pratica.

“Comunque, a questo paese, do l’ultimatum: cara Italia, a me i diritti, altrimenti me ne vado all’estero, e porto anche quello che valgo all’estero, perché io, per questo stato, produco PIL. Porto il mio contributo e non ricevo niente in cambio, in termini di diritti.” “Beh, non aspettarti riconoscenza per quello che dai, sarà che lavoro a scuola, e da insegnante ti abitui a non avere quasi nulla in cambio di quanto fai, ma insomma, così…” “Beh, intanto il mio PIL lo porto in Germania, se là mi riconoscono i diritti!” “Ma sì! Almeno là non ti vedi quelli che festeggiano a ostriche e champagne, travestiti da porcelli, mentre chiedono e impongono sacrifici!”

Non è la prima volta che mi imbatto in questa idea di connettere PIL e diritti. Del resto non è un fatto nuovo e ha avuto anche ricadute politiche in passato piuttosto disastrose: la legge Bossi-Fini, per esempio, che vincola la concessione del permesso di soggiorno allo svolgimento di un’attività lavorativa, non funziona, fabbrica clandestinità e illegalità. Comprendo perfettamente che un cittadino che lavora, che produce PIL, se vogliamo usare questa formula, che paga tasse, gabelle, balzelli, di fronte alla negazione dei diritti, si incavoli ancora di più, ma la strada da percorre non è, a mio parere, una negoziazione in termini economici. Perché poi, le creature più belle e fragili, le più bisognose di diritti, spesso, producono ben poco che sia misurabile secondo i parametri economici, moltissimo in termini di dignità, amore, attaccamento alla vita. Avrebbero ben poco da gettare su un eventuale tavolo di contrattazione.

Quindi, sacrosanto emigrare, questo paese si impegna a non meritare i propri cittadini, ma non perché i diritti non vengono monetizzati, semplicemente perché sono negati per meglio tutelare i privilegi.

Dopo cena, tutti infervorati, ci dirigiamo verso una serata-evento molto parmigiana.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

One response to “Diritti a cena”

  1. myfullresearch says :

    E’ proprio il concetto di PIL che andrebbe cloroformizzato. Ha in sè un criterio di crescita illimitata che è, al minimo, fuorviante. I binomi PIL-x servono ad aumentare il tasso di velatura dei fenomeni economici (di cui – diciamola tutta – nessuno capisce alcunché). Solo il timing dello speculatore finanziario, reattivo al millisecondo, riesce a lucrare sull’ignoranza altrui. Etc.
    mfr

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