Che cosa vedi (questione di stile)

 E l’antidoto che ho al futuro anonimo

è la scritta Calvin Klein, è la firma D&G tatuata sugli slip

sopra la vita dei jeans che quest’anno va bassa, va bassa

Baustelle

Ho visto cani con più stile degli uomini,

Sebbene non molti cani abbiano stile.

Charles Bukowski

Non appena hai finito di firmare giustificazioni, di raccogliere moduli firmati, di scrivere sul registro nella casella sbagliata, di cancellare l’errore per sostituirlo con un altro, di rispondere alle varie ed eventuali più assurde, di sequestrare la trousse a quella dell’ultima fila, di inchiodare il moccioso tarantolato alla seggiola, di accendere la lavagna, di calibrarla, di raccogliere le idee per dire qualcosa di chiaro su Napoleone, di maledire il tizio con il tagliaerba là fuori, non appena, dicevo, sei pronto per cominciare, arriva, con la puntualità di una cambiale, il bidello Ermes, sigaretta elettronica che penzola di traverso tra le labbra, sguardo torvo e, ma forse è solo una mia impressione, un uncino al posto del braccio destro. Ti allunga una circolare: “È da leggere a questi qui…” Questi qui sono gli studenti, tra i quali suo figlio, fotocopia del padre senza sigaretta elettronica. Attacchi a declamare, mentre il messaggero batte impaziente la gamba di legno a terra e fa roteare un coltellino svizzero legato a un pezzo di spago.

Nella missiva il Dirigente invita gli alunni a presentarsi a scuola con un abbigliamento adeguato. “Prof. cosa vuol dire adeguato?” “Mah! Sapete meglio di me come bisogna vestirsi a scuola…” “Ma, tipo? Cos’è che non si può mettere?” spara mister foruncolo dalla terza fila, rischiando di ribaltarsi all’indietro per la foga con cui ha sollevato la zampa. “Tipo… non saprei, la felpa che hai addosso, per esempio, con due figure stilizzate impegnate in un rapporto sessuale, non andrebbe bene!”

“Ma come, ma è una A!” “Ma ce l’abbiamo tutti!” “A me l’ha regalata la mamma…” “A me la zia suora…” “Io la metto solo per andare in chiesa” “Ma cosa dice prof?”

Ermes ti sussurra: “Certo che c’hai proprio la fissa, del sesso, eh? Ma dove li vedi… però… effettivamente… visti così…ah! Ragazzi, ha ragione il prof., guardate bene…” Con un po’ di fortuna riesci a espellerlo dall’aula prima che esponga alla classe la sua rivisitazione del Kamasutra.

Intervallo, aula insegnanti, sbotto: “Ma vi pare! Metà dei miei alunni porta felpe con sopra due omini stilizzati giganti che trombano!” Suor Teresa, insegnante di religione, sbarra gli occhi e scappa segnandosi. Gli altri, quando disegno il logo A-style alla lavagna, cadono tutti dalle nuvole. “Ma sei matto? È una A!” “Uh! Ce l’ha anche mio figlio, cosa vuoi dire, che sono una cattiva madre?” “Ma no, ma che mi frega di che felpa mette tuo figlio, è solo che, secondo me, se si parla di abbigliamento adeguato al contesto scolastico, quel disegno non va bene!” Tutti concordano che il logo è una A; qualcuno ammette che sì, ci si può vedere qualcosa di ambiguo, anche se non c’è dubbio che principalmente si tratti di una A. E poi, cosa mi credo? Che tutti loro mandino in giro il figliolo o la figliola con un disegno osceno sul petto o sul cappellino? Lascio perdere, considero che la mia figura di mezzo depravato l’ho fatta e rimando il tutto al blog. Piglio un caffè alla macchinetta e bofonchio: “Ok, voi le A le fate con due pallini e le stanghette sotto, capisco, certo!” Perché poi uno può infilarsi quel che gli pare, ma almeno, se è adulto, dovrebbe sapere cosa indossa.

Da una veloce ricerca appuro che il marchio A-style, comparso nel 1989, gioca sull’ambiguità, stilizzando un amplesso. Concludo perciò che: al bombardamento di immagini cui siamo sottoposti non corrisponde, in molti di noi, un’adeguata capacità di decodifica e analisi; un marchio ha il potere di sdoganare un contenuto che altrimenti proposto sarebbe irricevibile; non sono un pervertito. La seconda considerazione merita, a mio avviso, un’attenta riflessione.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

4 responses to “Che cosa vedi (questione di stile)”

  1. eklektike says :

    Anch’io la prima volta che vidi questo logo pensai subito a due omini che trombavano, non certo ad una lettera dell’alfabeto, e la trovai una cosa piuttosto cafona.
    Mi stupisce che ci sia così tanta gente che non vede cosa ha davvero davanti agli occhi…

  2. maurizio vito says :

    Direi che a) coloro che educano hanno un notevole bisogno di essere (ri-?)educati a loro volta. Se una persona addetta all’insegnamento non sa andare oltre il più banale messaggio e non ce la fa a vedere quello appena meno esplicito, direi che siamo nella m…a. b) vedi punto a). c) Etimologicamente per-vertito e di-vertito mi paiono germani. Don’t worry, be happy 🙂

    • Emiliano B says :

      Accolgo volentieri l’invito finale! Sì, sul punto a c’è da interrogarsi: forse, nella scuola, e io sono il primo, si lavora troppo sulla comunicazione verbale a scapito di altre forme importantissime.

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