Venezia che muore

Venezia è un pesce che non vuole, spegnendosi, mostrare l’argento della pancia all’aria, vittima del calo demografico, del turismo insostenibile, dell’acqua, forse semplicemente della storia. 175000 residenti nel centro storico a metà del XX secolo, 61500 oggi: le cifre parlano chiaro e prefigurano, a meno di serie e onerose politiche di sostegno a chi, con la propria fisicità, sceglie di mantenere viva la Laguna, un futuro da museo a cielo aperto, un destino di plastica per una città che è stata potenza, Impero, ma anche incanto e contaminazione, sogno. In un romanzo del 1988, uscito in Italia come Notte e nebbia a Bombay, la scrittrice indiana Anita Desai disegna una Venezia struggente, filtrata dello sguardo di un ebreo in fuga dal nazismo:

Il clima, in verità, era europeo: quelle nubi minacciose di un grigio malinconico, la pioggia fine che cadeva come una rete soffice, avviluppante, per posarsi sulla testa e le spalle e inumidirle. Eppure non era Europa: qui c’era un’atmosfera magica, una poesia che a Berlino non aveva mai conosciuto.

Una Venezia, quella del racconto di Desai, che è ponte, anello di congiunzione tra un Occidente sull’orlo dell’implosione e un Oriente che forse è ancora magia, proiezione onirica, ma che di lì a poco reclamerà il proprio protagonismo. Una Venezia nobile, orgogliosa, che non c’è più, di cui già Hemingway assaporava il prossimo declino guardandolo attraverso il vetro di bicchieri appannati dal dry Martini, all’Harry’s Bar, sul finire degli anni Quaranta.

Così, insomma: Venezia muore. Muore una città che, tra mille contraddizioni, è stata un punto di incontro tra civiltà e la sua agonia mi pare simbolica, in questi giorni di fiamme, di sangue, di attentati e film indecenti su musulmani omosessuali. Una specie di progresso che è solo trascorrere inarrestabile del tempo della superficialità, dell’incomprensione, degli egoismi tritatutto.

Un pesce, però, prima di morire è disposto a tutto: ho visto una carpa, in un canale a Narbonne, battersi per dieci minuti buoni con un pescatore bambino, fino a fuggire, in un riflesso dell’acqua limacciosa. Per questo confido in Venezia, che è un pesce buzzicone ingrassato in un Adriatico che è un acquario, ma che resta un pesce: ora che il destino è marcato è il momento di un guizzo incredibile, l’ora di tornare ponte e, non si sa mai, simbolo di una possibilità.

Una pezza, del resto, la si può mettere sempre, lo dimostra proprio una vicenda veneziana: nel 2011 un’ovovia ha consentito ai disabili di attraversare il Canal Grande, nonostante Calatrava, da buon archistar, disegnando il ponte realizzato nel 2008, si fosse scordato di loro.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

5 responses to “Venezia che muore”

  1. myfullresearch says :

    Calatrava, meglio rimuovere /psicologiamente, dico)… Nessuno è mai scivolato sui gradoni del mitico ponte ?
    mfr

Trackbacks / Pingbacks

  1. Anonimo - 2 ottobre 2012

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