Il piacere di fare paura

Qui chi non terrorizza si ammala di terrore

Fabrizio De Andrè

Un metodo discutibile, ma senz’altro efficace, per ottenere un briciolo di disciplina nelle sovraffollate classi della scuola italiana, è quello di terrorizzare i ragazzi. Durante la sua lunga carriera, Emiliano B, docente, ha studiato e classificato le tecniche funzionali a tale scopo, grazie soprattutto all’osservazione diretta, ma anche servendosi di interviste a colleghi, a studenti, a genitori. Ha anche sperimentato in prima persona le principali strategie. L’anziano professore, raggiunto telefonicamente, ha rilasciato un’intervista sull’argomento.

Professor B, quali indicatori le consentono di individuare con certezza una classe terrorizzata dal docente? Le spie sono molteplici. Ho visto ragazze farsi il segno della croce prima dell’arrivo di un insegnante, bellimbusti strafottenti divenire paonazzi per lo sforzo di trattenere il piscio piuttosto che chiedere di andare in bagno, alunne scoppiare in pianti dirotti per aver fatto cadere una penna. La prova che, a mio parere, non lascia dubbi, è però la “prova della vespa”.

Sarebbe a dire? Sarebbe a dire che, se durante una lezione, una vespa entra dalla finestra e svolazza qua e là per l’aula senza provocare urletti di terrore, scatti improvvisi, scene di panico, abbiamo la ragionevole certezza che la classe sia terrorizzata dall’insegnante, quantomeno che gli studenti temano più lui di una vespa.

Ingegnoso… Già, purtroppo non sempre abbiamo vespe a disposizione e quindi dobbiamo accontentarci di indicatori meno univoci. Per la verità, nelle mie indagini, ho cercato di sostituire la vespa con altri animali, ma senza successo. In un’occasione ho utilizzato una vipera, tolta da un bottiglione di formaldeide che qualcuno, sul finire del XVIII secolo, dimenticò nel laboratorio di scienze. Nascosto dietro a una siepe, ho lanciato il cadavere spugnoso del rettile, attraverso una finestra aperta, in un’aula del pianterreno, dove l’odiato collega di Religione, l’insegnante più temuto della scuola, invitava i ragazzi a fare sesso non protetto, piuttosto che peccare di gondone. Risultato: urla schifate e il professore che, affacciatosi alla finestra, ha tuonato: “B, dove sei? Vieni fuori, testa di cazzo!” provocando un applauso dei ragazzi, che non ho mai capito se avessero apprezzato il mio gesto, la sua reazione o stessero pregustando una bella rissa.

È possibile classificare le tecniche che gli insegnanti utilizzano per annichilire la vitalità degli alunni? Certo. Si individuano tre grandi aree, che raccolgono gran parte delle possibilità pratiche a nostra disposizione:

  1. Tecniche basate sulla violenza psicologica: parliamo di tutte quelle pratiche finalizzate all’umiliazione dello studente, come esporlo al pubblico ludibrio, farlo sentire inadeguato, sempre fuori posto, sempre non all’altezza. Sono le tecniche più efficaci, ma le più difficili da applicare: richiedono anni di affinamento e l’adozione di tutta una serie di accorgimenti, come lo scorrimento del registro per interi quarti d’ora prima di chiamare l’interrogato del giorno, piuttosto noiosi. Inoltre bisogna valorizzare la delazione, arrivando in alcuni casi a introdurre figure di Kapòclasse. Ci sono insomma delle ambiguità sotto il profilo didattico ed etico in generale.

  2. Metodi basati sulla punizione: se rompi le scatole ti interrogo, ti assegno dei compiti in più, ti becchi un quattro. Sono soluzioni piuttosto semplici da attuare e non pongono gravi dilemmi etici, ma funzionano solo con classi decenti: nessun pluribocciato teme i compiti di punizione, tanto non li fa.

  3. Strategie incentrate sull’aspetto fisico dell’insegnante: il prof. si presenta in classe con le sembianze di un mostro, in grado di risvegliare le paure ancestrali dei nostri giovani. È una soluzione che, grazie al travestimento, è alla portata di tutti: se la natura non vi ha aiutato, basta una spolverata di trucco e un po’ di recitazione…

Ma come, travestimenti? Ispirati a cosa? Beh, qui ci vuole un po’ di fantasia. Una collega ormai in pensione, con la quale ho lavorato anni fa, si ispirava a Ursula, la terrificante Strega del Mare della Sirenetta disneyana. Scivolava per i lunghi corridoi su invadenti tentacoloni neri, trucco pesante, vocione, risata demoniaca. Aveva sviluppato anche la capacità di gonfiare a dismisura la parte superiore del corpo. Quando prendeva posto in classe, inglobando anche la cattedra, esigeva che si spegnessero le luci e lì, nella penombra, questi ragazzi, già bimbi terrorizzati dalla strega, vedevano materializzarsi una paura latente e non avevano il coraggio di fiatare.

E lei, professore? Ha mai adottato uno di questi travestimenti? Sicuro, l’ultimo lo uso tuttora. Vede, anni fa persi i quattro incisivi dell’arcata superiore cadendo in bicicletta ed ebbi un’illuminazione. Invece che le solite capsule in ceramica, mi feci impiantare quattro bei dentoni d’argento, quindi passai dal parrucchiere a tingere di nero corvino la canizie e a piastrare i riccioli, un salto in sartoria a procurarmi una tunica nera e il giorno dopo in classe c’era la controfigura del Marylin Manson di This is the new shit.

E funziona? Se funziona? Perbacco! Terrorizzo anche i genitori, i pochi che vengono a ricevimento se la danno a gambe dopo pochi minuti di colloquio… basta seccature, una gran comodità!

Ma cosa mi racconta? La verità… non mi crede?

Professore, lei è un pazzo! Senta, le offese se le risparmi o le prometto che questa notte, quando è solo nel suo lettino, la vengo a trovare.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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