Due storie di Monterosso

I

Per raggiungere il borgo di Monterosso, se si proviene dalla stazione ferroviaria, conviene lasciare il lungomare e arrampicarsi a sinistra per la via dei Bastioni. Quattro passi in salita schiudono una vista stupefacente, che abbraccia tutto il golfo. Quindi l’acciottolato piega a sinistra, un’impennata verso il Convento dei Cappuccini e chiesa annessa, intitolata a Francesco d’Assisi, dove è custodita una pregevole Crocifissione, un tempo attribuita a Van Dyck. Lasciata la chiesa, anziché scendere in direzione dell’abitato, si può scarpinare un altro po’ in salita fino a imbattersi nel cimitero. Decisamente trasandato, il camposanto di Monterosso al Mare: marmi spaccati dal tempo e dalle intemperie, in mezzo ai camminamenti ci sono lapidi a terra e in alcuni punti tocca camminarci sopra. L’area più elevata del cimitero è un cerchio di terra attorniato da spesse mura con merletti. Le tombe qui sono recenti, alcune non hanno ancora il marmo, cumuli di terra trafitti da croci di legno inchinate al maestrale. Stare in piedi sul muraglione dà la sensazione di volare. Ci sono posti in cui è vero che quando si muore si va lassù in cielo. Il paese lo si riguadagna camminando lungo la via del Milite Ignoto. Quando la strada finisce si olterpassano i Porteghi de Buancu, sulla sinistra, per risalire verso le piaghe, non del tutto sanate, prodotte dall’alluvione. Lì, tra i vuoti lasciati dalle pietre strappate dall’acqua, tra i cumuli di terra e gli edifici ammaccati, quattro transenne proteggono alcuni limoni carichi di frutti maturi, che sono doni preziosi, a non essere poeti laureati.

II

Chiunque, in un rovente pomeriggio di luglio, abbia percorso il sentiero che da Monterosso conduce a Vernazza, sa che la lunga scalinata iniziale è così ripida e irregolare da scoraggiare molti turisti. Emiliana avanza ginocchioni, aggrappandosi alla roccia con i polpastrelli scorticati, mugola paonazza: “…nnnn… ‘nfarto! … moooio…” Io avanzo qualche metro più sopra: la sete di chi ha mangiato un pacchetto di sale grosso a cucchiaiate, la zucca in pappa sotto il sole implacabile, vedo la Vergine sotto un’agave morente. Il cane si lancia nel gorgoglio di un rivo strozzato, ne esce, fa qualche passo, stramazza. Sento, in avvicinamento dal basso, delle voci che, in breve, assumono il volto di una coppia di turisti spagnoli. Lei sbuca per prima da una curva, cantando serena. Lui la segue da vicino e la interrompe con battute, fragorose risate esplodono a intervalli regolari. Sgambettano spediti in costume da bagno, infradito di plastica ai piedi. Nello spazio di una manciata di metri ci raggiungono e passano oltre a larghe falcate, mollandoci lì come ciclisti in fuga raggiunti all’ultimo chilometro. È in quel momento che sollevo gli occhi annebbiati, incuriosito da un odore inconfondibile, per vedere una delle cose più incredibili della mia vita: lo spagnolo stringe tra le dita della zampa destra una canna larga un pollice, dalla quale succhia generose boccate. Li rivedo a Vernazza, seduti dietro a due colossali bicchieri di birra gelata. Sono entrambi sovrappeso e nemmeno tanto giovani.

Due storie del mio week-end a Monterosso per dire due ovvietà: la prima è che conviene sempre frugare per strade inconsuete; l’altra è che se loro vincono 4 a 0, divertendosi, mentre noi, se va bene, la spuntiamo ai rigori soffrendo come disgraziati, una ragione c’è.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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  1. Altre storie di Monterosso | Quasi a Occidente - 1 agosto 2013

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