Bar tabacchi

Quell’uguale belato era fraterno

al mio dolore. Ed io risposi, prima

per celia, poi perché il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Umberto Saba, La capra

In questo bar tabacchi, incastrato in un quartiere gettato lì, senza pretese, alla periferia della Spezia, mi ci sono ficcato alla ricerca di aria condizionata. Spinta la porta mi sono subito accorto di aver commesso un errore, lo spazio è angusto, il caldo soffoca, nel fumo di sigaretta qualche molecola d’ossigeno ancora nuota, ma se la passa male. “Ne approfitterò per ricaricare il telefono”, penso estraendo una banconota da dieci e accodandomi di fronte all’apparecchio Lottomatica.

Nel locale, oltre a me, ci sono cinque persone e tutte danno l’impressione di abitare lì: la donna di mezza età, a quanto pare la barista, deve dormire in piedi tra le scope dello sgabuzzino lercio, che si intravede dietro il banco; il tipo che siede alla macchina del lotto difficilmente si muove dal sedile, forse a Natale per il cenone in famiglia, ma non ci giurerei, ora esplora con un dito il portacicche stracolmo che ha davanti, vicino a un Old Fashioned pieno per un terzo di un liquore paglierino; due giocatori in canottiera allungano al ceffo delle schedine, a mazzetti, sono rasati, tatuati, orecchinati, campano a Beck’s e noccioline, pompano i bicipiti sollevando casse d’acqua e, la notte, si allungano sui tavolacci di legno della saletta; l’anziano, che a essere puntigliosi non si può considerare proprio dentro il locale, fissa da giorni la barista attraverso una finestra sgangherata che dà sul marciapiede, la pelle macchiata dal sole del viso è carta da pacchi accartocciata attorno agli occhi azzurri.

Fiducioso comincio a sventolare la mia banconota, ma implacabile un tatuato ficca in mano al tabaccaio un altro pacco di schede, Superenalotto c’è scritto sopra: “Guardami un po’ anche queste, sono del tre!”. Quello comincia a inserirle metodico, mentre la sigaretta gli si consuma infilata tra labbra sottili e denti scassati, la fessura della macchinetta mangia e sputa foglietti arancio con un fruscio e uno scatto. Il giocatore non guarda, punta la zucca al granito nero del banco; l’amico invece adocchia lo schermo sporgendosi in avanti. Le giocate scivolano via, veloci, a due euro e mezzo ciascuna, almeno, questa è la cifra che riesco a sbirciare. Dopo una buona dozzina di tentativi, il tipo che guarda infila una gragnola di bestemmie e richiama l’attenzione del compagno a cazzotti nella schiena. Quello si scuote e si allunga in avanti, l’altro oramai è trionfante, urla: “1500 euro!” e giù bestemmie. Si abbracciano, ruvidi, si prendono a pacche. Il vincitore butta la testa indietro e lancia un grido di gioia, mezzo acuto, tagliente e lungo, faticoso, che si spezza di colpo insieme al fiato. “Noi non li paghiamo mica, questi, devi telefonare qui!” la barista cerca di allungargli un foglietto e di farsi capire. Lui concede il bis di quella specie di raglio.

Uomini di pena, ci basta un’illusione per seguitare a galleggiare tranquillamente disperati. L’Italia potrà pure salvarsi, ma noi italiani bruceremo all’inferno, perché è dannato quel popolo che ha bisogno di lotterie. Butto indietro la testa e rispondo, ragliando come meglio riesco, al grido del tipo. Nel locale adesso tutti tacciono, mi guardano come si guarda un pazzo.

“Arrivederci!” accenno un inchino e prendo la porta.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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