Il fascino indiscreto della sconfitta

« Le troiane Porte Scee e la porta di Mayer si confondono nel cervello di tutti. »

(Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano])

“Perché non tornare a quel 3-5-2 della partita d’esordio, in cui la Nazionale aveva contenuto con efficacia le Furie Rosse?” Chiede un giornalista dagli occhialetti tondi e l’alito pesante.

“Perché far scendere in campo giocatori con le pile scariche, buoni solo a infortunarsi dopo una manciata di minuti, anziché gettare nella mischia forze fresche?” Salta su un critico avvizzito in completo di lino azzurro stazzonato.

La risposta dell’allenatore è pronta, infatti lo sa che avrebbe fatto meglio a cambiare, mica è scemo: “Sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti di chi ci ha portato sino a qui.”

C’è qualcosa, nel calcio, che va oltre il mero calcolo e che lo rende uno sport, quasi, unico. Non lo saprei ben definire, potrei chiamarlo passione, nel senso di sentimento. Qualcosa che fa a pugni con certe logiche “aziendaliste”, con il buon senso, qualcosa che ha più a che fare con il coraggio. Del resto, una vittoria costruita sulla razionalità e la misura, non può, sotto il profilo narrativo, nemmeno essere paragonata al successo di un gruppo gettato allo sbaraglio contro una macchina perfetta. Il mister, che benché da sempre aziendalista, è grande uomo di calcio, lo sa bene. E così dentro il terzino zoppo, il centrocampista rotto, il mediano sgonfio e, soprattutto, gli attaccanti matti. Una scelta di cuore: o si vince con questi, per chissà quale miracolo, o non se ne fa nulla. Si perde, come nel 1970, nella finale contro i Carioca dopo il trionfo della “partita del secolo”.

È andata così: quattro ceffoni e la certezza di non avere chances dopo pochi soli istanti di gioco. E se, in un primo momento, la doccia fredda mi ha tolto le parole, ora posso dire che è stato stupendo, perdere così smisuratamente, come raramente si vede in una finale, partita tattica per eccellenza. E ancor più bello è sapere che il Commissario Tecnico ha scelto, consapevolmente, l’azzardo, l’estetica, ciò che dona a certi eventi sportivi una forza mitopoietica unica, contro ben più solide ragioni di tattica. Anche perché la Spagna era comunque troppo forte, solo una pazzia la poteva sconfiggere.

E visto che, complice il torneo polacco-ucraino, le metafore calcistiche in politica hanno spopolato, ecco l’auspicio di Emiliano B per i tempi a venire, una bella pazzia che dia una scossa a questo paese vecchio: il rilancio degli investimenti nell’istruzione in tempi di spending-review, con un piano straordinario volto soprattutto al contrasto dell’abbandono scolastico, in un paese dove il 36% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è disoccupato. Un rilancio che preveda importanti spese per l’integrazione delle diversabilità, un sostegno deciso alla ricerca, il finanziamento delle borse di studio a quei due terzi degli studenti universitari idonei che non percepiscono ciò che gli spetta. E tutto il resto, ce n’è a bizzeffe, che a molti, in tempi di controllo dello spread sembra follia. Non si può perdere per sempre. E comunque, ripeto, anche la sconfitta ha un suo fascino, che non è per tutti ed è smodato, scomposto, ma è irresistibile.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

3 responses to “Il fascino indiscreto della sconfitta”

  1. maurizio vito says :

    Sarà. Ma, e lo dico da uno che questo sport, alla veneranda età di 46 anni, lo gioca ancora (nelle over 40 leagues, ça va sans dire, e su altri non meglio precisati campetti di periferia), il calcio è un gioco di squadra. E rispettare chi rotto morto spaccato inadatto ti ha portato fino a lì non è anche, d’altro canto, mancare di rispetto a quegli altri 12 che fino a quello stesso “lì” ti hanno seguito e dato il contributo che è stato loro chiesto? Cioè: un panchinaro deve fare sempre e solo da tappezzeria? E quando lo metti essere felice come una Pasqua? Anche quando può fare meglio di chi sta sempre e comunque in campo? C’è modo e modo di rispettare, e c’è modo e modo di mancare di rispetto. Poi si può perdere e giù il cappello, per carità: ma parto per vincere, e non per essere rispettoso e pregare (anche ‘sta storia dei pellegrinaggi notturni, diocenescampiecalamari, per dirla alla Bergonzoni) che il risultato arrivi nonetheless.

    • Emiliano B says :

      Beh, certo! Cercavo di cavare un senso dalla trombata.
      Per le follie mistico religiose i nostri ct probabilmente percepiscono un incentivo dalla Chiesa. Ricordi le fiale di acquasanta versate dal Trap sui campi di Corea?

      • maurizio vito says :

        Il mitico Trap non si può dimenticare, è una figura ctonia, appartiene al nostro folklore più genuino (non quello che intende lo str…avagante in maglioncino blu). La trombata la vollimo sempre vollimo fortemente vollimo, alfierianamente. E l’avettimo (scusa la licenza poetica).

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