Il Pitone comunale

Arrancò per le ripide rampe di scale fino alla porta del suo modesto appartamento, infilò le chiavi nella toppa e aprì. Un silenzio insolito lo accolse, il cane doveva aver combinato qualcosa in sua assenza e ora probabilmente si stava nascondendo sotto il letto. “Poco male,” pensò M., depositando il borsone della palestra in un angolo, “non sono davvero dell’umore per scodinzolii, ululati e compagnia bella.” M. aveva tentato il suicidio un paio di settimane prima e non si era ancora ripreso del tutto. Prese il cartone del latte dal frigorifero e se ne versò un bicchierone, quindi si stese sul divano, dopo aver messo sul piatto del giradischi un LP, un po’ malconcio, del Modern Jazz Quartet. Aveva appena iniziato ad aderire con convinzione ai cuscini, quando con la coda dell’occhio scorse alla sua destra, appena dietro di lui, un’insolita massa verde scuro. “No, sta a  vedere che quell’idiota l’ha fatta in casa, ma non può essere…una quantità del genere!” pensò, rassegnato a rialzarsi per controllare che cosa diavolo fosse quella roba. Si avvicinò e, incredulo, constatò che si trattava di un grosso rettile. Gli venne allora in mente l’articolo che aveva adocchiato di sfuggita sul giornale locale: “Via Spezia: caccia al pitone” recitava il titolo. Il biscione lo fissò, uno sguardo intenso e carico di minacciosi sottintesi, che M. interpretò come una richiesta d’asilo. “Hai fame bello?” domandò dirigendosi verso lo scaffale dove conservava il mangime del cane, “vieni, coraggio!” Il pitone pareva non capire l’invito, si limitò a svolgere un paio di spire per stiracchiarsi, esponendo un rigonfiamento all’altezza del primo terzo anteriore (che gli anatomisti veterinari perdonino l’imprecisione). A causa della manovra, al rettile sfuggì anche un sonoro rutto, che richiamò le attenzioni di M.. “Caspita! Non avrai mica mangiato il cane?” La serpe intuì che le cose si mettevano male, così si avvicinò alla zampa destra di M. e vi strofinò contro, sornione, il grazioso musetto triangolare. M. rimase, scosso, qualche istante in silenzio. Poi decise di fare buon viso a cattiva sorte: “Ok, visto che mi hai scelto, ti accetto in famiglia e ti perdono il canicidio.” Si ristravaccò sulla pelle nera del divano e iniziò a rimuginare: “ora ti si deve trovare un bel nome, dunque: Marcello, Matteo… no, meglio Marino o forse Marco, no, no, Mino, Michele, Mohammed, che cavolo! Mario, ti chiamerò Mario ecco: Mario M., suona proprio bene!” Mario M., in un eccesso di confidenza, gli si accostò e gli fece scivolare la linguetta biforcuta sulla pelle scoperta della caviglia. Un lungo brivido freddo percorse le membra di M., che però subito si riprese. Trascorsero giorni tranquilli, durante i quali, di ritorno dal lavoro, M. insegnava a Mario M. a fare i bisogni fuori di casa, durante la passeggiatina al guinzaglio, a riportare un bastone di legno, a porgere la coda a comando, a mettersi seduto. Mario M. obbediva, ma non poteva che domandarsi: “ma che razza di animale idiota pensa che io sia, questo assurdo essere umano?”

La sera, dopo che M. si era infilato nel letto, Mario M. gli si stendeva a fianco, allungandosi per bene. “Mmm, ci sono quasi, ancora tre o quattro settimane di pazienza…” ragionava dopo avergli preso le misure. Quindi chiudeva gli occhi e dormiva di gusto.

Annunci

Tag:, , , ,

About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: