Liberazione: tre incipit e il porco lasciato a Maggese

I

25 aprile e, visto che i regali non vanno sprecati, mi sono deciso a cuocere il porco così. Ho fatto tutto per bene: scottato la carne, mia e del maiale, dopo averla salata e pepata; soffritto la pancetta; aggiunto maiale, uvetta e cipolla e poi, lo ammetto, ho recitato una preghiera versando in pentola due barattoli di Coca Cola. Ora il porco è a Maggese, sornione sobbolle e profuma la casa. Un long playing dei Weather Report gira sul piatto nella stanza di là.

II

ImageEmilio Salgàri si è ammazzato, il 25 di aprile, 101 anni fa. Salutò gli editori che si erano arricchiti sulla sua miseria spezzando la penna e apprendosi la pancia con una lama affilata. Ricordo, avevo nove anni, il mio primo libro: un vero romanzo, portato in dono da Santa Lucia insieme a qualche etto di carbone di zucchero. Comincia così:

La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo.
Pel cielo, spinte da un vento irresistibile, correvano come cavalli sbrigliati, e mescolandosi confusamente, nere masse di vapori, le quali, di quando in quando, lasciavano cadere sulle cupe foreste dell’isola furiosi acquazzoni; sul mare, pure sollevato dal vento, s’urtavano disordinatamente e s’infrangevano furiosamente enormi ondate, confondendo i loro muggiti cogli scoppi ora brevi e secchi ed ora interminabili delle folgori.

Quell’incipit fu per me un fulmine nel cielo sereno dell’infanzia. Pensai qualcosa come: “Davvero si possono scrivere cose così?” e mi tuffai nel turbine di un mondo dove tutto, ha scritto Michele Mari, è iperbolico: la guerra, l’amore, la natura, la ricchezza e il degrado, l’odio per gli inglesi e per il colonialismo.

Ne sono seguiti altri di incipit per me “fulminanti”, di autori con i quali Salgàri, forzato della scrittura, non può reggere il confronto. Eccone due:

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza. È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c’è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all’ombra di questa specie di vecchia carcassa arrugginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno. Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell’anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell’invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita.

III

Adesso è ora di pensare al contorno, patate al forno con la scorza e il sale grosso. E al pomeriggio per le strade di Parma che, fa male ammetterlo, il giorno della Liberazione è bella da morire. Come tutta l’Italia, ma forse un po’ di più.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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