Il fiume dell’oppio (Recensione)

Amitav Ghosh

 

Il fiume dell’oppio

Neri Pozza 2011

 Il secondo romanzo della trilogia dell’Ibis, séguito di Mare di papaveri, ci proietta in Cina, nella Canton degli anni 1838 e 1839, alla vigilia della Prima guerra dell’oppio. Il Celeste Impero ha deciso un giro di vite nei confronti dei trafficanti stranieri, che si arricchiscono grazie alla vendita di una sostanza il cui consumo rappresenta ormai una piaga tremenda per la società cinese. I commercianti d’oppio, quasi tutti inglesi, ma anche un indiano, un parsi, cercano di resistere all’offensiva scatenata contro di loro dal mandarino che ha ricevuto l’incarico di stroncare la distribuzione della droga.

La ricostruzione dell’ambiente è dettagliatissima, quasi maniacale, frutto di un imponente lavoro di ricerca. La lingua è il pastiche di inglese e lingue orientali cui Ghosh ci ha abituato.

I personaggi si muovono su questo sfondo, più o meno coinvolti negli eventi: Bahram, il commerciante parsi, briga per evitare il fallimento certo che l’interruzione dei traffici di droga con la Cina rappresenterebbe; Paulette, giovane botanica, e il suo mentore Fitcher vanno alla ricerca di una camelia misteriosa; Neel, che chi ha letto il primo romanzo della trilogia conosce bene, prova a ricostruirsi una vita al servizio di Bahram; Robin, giovane pittore, cerca l’Arte e un Amico.

Se in Mare di papaveri Ghosh ha costruito una trama avvolgente, in cui fili narrativi convergono e si fondono, ne Il fiume dell’oppio è la “mollezza” del racconto, il suo lento e discontinuo dipanarsi, e impantanarsi, a farla da padrone. Allucinazioni indotte dal fumo, banchetti, ricordi struggenti di amori lontani, sogni di gloria più o meno fondati, ingabbiano i personaggi in una groviglio dolceamaro. L’atmosfera descritta da Ghosh è sospesa, surreale. Il romanzo, dalle consuete dimensioni corpose, rende con grande efficacia la surplace che precede l’esplosione di un conflitto. Le trame si infittiscono in una Canton apparentemente indifferente a ciò che sta succedendo, mentre la maggior parte degli uomini non pare avere consapevolezza piena di ciò che sta per accadere, sembra voler vivere in una bolla all’interno della quale ripetersi, in attesa dell’esplosione, “fino a qui tutto bene”. La zona di Canton dove alloggiano i mercanti stranieri pare una nave nel mezzo dell’oceano, calma piatta, qualcosa che deve succedere e non arriva mai. Per questo, sotto molti aspetti, Il fiume dell’oppio ricorda le atmosfere di quella che si potrebbe definire “non avventura dei mari del sud”, alla Corto Maltese.

L’affondo politico, immancabile, è in gran parte affidato ai dialoghi, nei conciliaboli più o meno formali, tra i trafficanti stranieri e alla sufficienza con cui le autorità cinesi vengono considerate da quelle occidentali. La brutalità dello sfruttamento economico, ma anche, e soprattutto, il disprezzo per l’Oriente, costituiscono il fondo nero del colonialismo, che  viene una volta ancora smascherato e messo alla berlina da Ghosh.

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About Emiliano B

Un lombardo in Emilia. Insegnante nelle scuole secondarie. Amo le lettere, la musica di Seattle, il calcio, i vizi.

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